Il “mi piace” non è una strategia: perché il gusto personale può rovinare un progetto

“Mi piace.”
“Non mi convince.”
“Lo farei più grande.”
“Questo colore non mi rappresenta.”
“Mettiamolo più in evidenza.”

Nel lavoro creativo, il gusto personale entra spesso nella conversazione.

È normale. Ma può diventare un problema quando sostituisce obiettivi, dati e criteri progettuali.

1. Un progetto non deve piacere solo al team interno

Un sito, una campagna o un’identità visiva non vengono progettati per chi li approva in riunione.

Vengono progettati per un pubblico specifico.

Questo non significa ignorare il gusto del cliente, ma spostare la discussione su una domanda più utile: funziona per le persone a cui ci rivolgiamo?

2. Dal gusto al criterio

Una scelta progettuale dovrebbe essere valutata in base a criteri chiari:

è coerente con il brand?
è comprensibile per l’utente?
supporta l’obiettivo?
rende il messaggio più chiaro?
facilita l’azione?
distingue il brand dai competitor?

Queste domande aiutano a uscire dal “mi piace/non mi piace”.

3. Il ruolo dell’agenzia

Un’agenzia non deve solo proporre soluzioni.

Deve anche aiutare a valutarle nel modo giusto.

Questo significa spiegare le scelte, collegarle agli obiettivi e guidare il confronto verso decisioni più consapevoli.

Conclusione

Il gusto personale è inevitabile. Ma non può essere l’unico criterio.

Un progetto efficace non nasce per soddisfare preferenze interne. Nasce per funzionare nel mondo reale.

Perché il design non serve a vincere una discussione.
Serve a risolvere un problema.

Do you Fancy?